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Archive for the 'LUOGHICOMUNI' Category

Ora a Prato della Valle

fornosolare

In questo momento (ore 13) a Prato della Valle, a Padova, è in funzione un forno solare. E io che pensavo fosse un forno elettrico alimentato con energia solare, che sciocco. La faccenda è più complessa, anzi tremendamente più semplice: superficie concava riflettente, pentola, peperonata fumante. Come si capisce dall’espressione di Ragù, l’assaggiatore ufficiale. Se vi sbrigate forse ne trovate ancora.

Iniziativa di Legambiente Padova per la domenica ecologica. Piazza affollata dal mercatino delle pulci, silenziosa per l’assenza di motori. Cosa volere di più dalla vita? Una peperonata.

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Eureka!

Muji

Più o meno sullo stesso terreno su cui è franato l’architetto Rafael Viñoly, si sono cimentati quei simpaticoni di Muji: la Battersea Power Station trasformata in un portaincenso di porcellana. Grande pensata. Il fatto è che i conti con il passato non si fanno con la calcolatrice, tanto più se la somma finale è uguale a 2 euro. E poi, chi mi conosce lo sa, io odio la porcellana.

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La fine del vortice

Via Anelli

Via Anelli, La chiusura del ghetto racconta con estrema lucidità la realtà di via Anelli, la realtà di un ghetto collocato nella prima periferia di Padova, a pochi chilometri dal centro. Uno spazio inumano nel quale fenomeni di emarginazione, degrado, delinquenza erano l’uno il prodotto dell’altro. Un vortice perverso di imbarbarimento progressivo, diventato la casa di centinaia di persone: spacciatori e bambini, operai e delinquenti, disoccupati e artisti, ammassati l’uno sull’altro, stipati come bestie dentro gabbie, abbandonati a se stessi, dimenticati e umiliati. leggi avanti Read more

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Pura gommalacca

Meo Patacca

Li ho visti! Giuro che li ho visti. Erano in tre, con un fuoristrada, infreddoliti. Un fuoristrada che dall’aspetto sembrava averne viste tante ma proprio tante. Erano in via Anelli, la via del famigerato muro, oggi muta e deserta, abbandonata al proprio grigiore. Degli antichi fasti di via Anelli oggi non rimane infatti più nulla se non la piccola moschea: una minuscola costruzione scrostata e anonima che riconosciamo come moschea solo per via delle scarpe parcheggiate all’ingresso. Uno dei tre, sceso dalla vettura, conversava amabilmente con due tizi barbuti dall’aria tranquilla e con un altro tizio vestito di blu; gli altri, seduti sul sedile posteriore, non trovando ragioni per operare in una qualche seppur minima direzione, sbadigliavano. Sdravaccati, infreddoliti, dentro il fuoristrada. Be’ avete capito, il fuoristrada era verde e quei tre erano dei militari, tre dei 45 militari in servizio d’ordine a Padova. Come direbbe l’ingegner Cane, cifre che fanno girare la testa. leggi avanti Read more

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Viaggio in (Sud)Italia

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Celodurismo post-moderno?

Battersea Power Station

A me sto razzo qui sopra mi pare ben un po’ esagerato. Non tanto in sè, ma in quanto stabile da affiancare all’edificio accanto: la Battersea Power Station di Londra. Non è tanto questione di oggetto, ma di relazione: di relazione tra oggetto architettonico e tessuto urbano esistente. Del resto non credo occorra essere cresciuti come me a pane e Pink Floyd per riuscire ad apprezzare la bellezza di quelle quattro torri e per avere un minimo a cuore il loro destino. E forse affiancare loro una ciminiera di 300 metri non è il modo più appropriato per valorizzarle. Certo un intervento su quell’area va fatto, essendo stata dismessa nell’84 e da allora abbandonata al degrado. Ma doppiare in altezza quelle torri con un pisellone iper-tecnologico mi sembra più un’arrogante operazione di celodurismo post-moderno che una calibrata operazione di archeologia industriale. Anche nel caso quella ciminiera riuscisse, come dicono, ad abbattere del 67% la domanda energetica del complesso, qui la questione rimane un’altra: il rapporto tra memoria e processo storico. Insomma, un più basso profilo - nel vero senso della parola - avrebbe a mio avviso giovato all’opearazione.

Anche perchè ne è uscito fuori un patatrac. Il progetto di Rafael Viñoly è diventato il bersaglio di un’opposizione diffusa, tanto da parte dei colleghi architetti quanto da parte dei cittadini. Il 75% degli intervistati chiedono per l’area un ripristino dell’impianto carbon-free insieme a case, parchi pubblici, passeggiate lungo il Tamigi, negozi. Sembrerà scontato, ma la soluzione si trova nel mezzo: tra innovazione e conservazione. Ma quel mezzo non può essere trovato se non attraverso lo sviluppo di un percorso partecipato che, mettendo sullo stesso piano architetti, amministratori e cittadini, spinga i Pink Foyd a rispolverare finalmente il loro vecchio amico porco. L’unico che può raccontare la sublime poesia della Battersea Power Station.

  • un resoconto di questa lunga controversia può essere letto qui.
  • qui un’intervista a Rafael Viñoly in merito a questo progetto, in cui dimostra di non cogliere affatto la profondità della sfida lanciata dall’urbanistica partecipata, conoscendo e apprezzando soltanto le soluzioni calate dall’alto: “You can’t rely on the public’s perception of what deserves to be hated to make a decision like this. People will try to transform it into politics. People may tell you that you are creating a hoax or lying about the physics, but luckily that’s a matter for the scientists. When you look at this from a technological point of view, it does work”.
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Design dal basso

carrello trasformabile

Design come forma di azione locale partecipata? Sì, design auto-organizzato. Un’idea che sulle prime può sembrare strampalata, si è trasformata in un evento di portata internazionale dall’altissimo valore politico, oltre che culturale. Quaranta piccole comunità locali hanno elaborato idee e progetti sulla base delle proprie esigenze e dei propri stili di vita; creativi di fama internazionale (Jasper Morrison, Ville Hara, Sami Rintala, ma anche Bruce Sterling e Enzo Mari) hanno dato una mano nella progettazione in veste di community designers; alcune imprese dell’area piemontese (Artemide, Danese, La Foca, Warli, ecc) hanno realizzato i prototipi; una giuria composta da architetti del calibro di Rem Koolhaas, Italo Lupi, Hans Obrist, e presieduta da Stefano Boeri, l’ideatore del concorso, hanno selezionato partecipanti e progetti. Tutto questo è Geodesign, iniziativa inserita nel grande contenitore internazionale Torino - World Design Capital 2008.

I prototipi sono confluiti poi in una mostra al PalaFuksas, inaugurata il 23 maggio scorso. Si va da oggetti di uso comune (stendipanni, tende, panchine riscaldate, contenitori isotermici per cibi che si trasformano in sedute, berimbau in fibra di carbonio per la scuola di Capoeira del quartiere) a progetti di comunicazione (il numero zero della rivista Albania 1 e 1000, l’allestimento di una ipotetica sede universale delle associazioni LGBT - lesbiche, gay, bisessuali, transgender - nel quartiere Dora, un format radiofonico per la comunità africana in onda la domenica alle 13 su Radio Flash) fino a progetti più ampi di trasformazione urbana (la costruzione di 43 colline verdi per far convivere i bocchettoni di areazione di un parcheggio con la zona di gioco dei bambini, la copertura dell’intera area di un altro parcheggio con un pergolato totalmente autocostruito). Ma il gioco non si esaurisce qui. Geodesign,  innescando processi produttivi e imprenditoriali locali e autogestiti e dimostrandone al mondo l’efficacia, si pone come il momento iniziale di un percorso più ampio, paradigma di azione che, se seguito in futuro, può rimettere nelle mani della cittadinanza la progettazione dei luoghi e degli strumenti del proprio vivere e al centro della progettazione le relazioni umane. Non sono molti i casi, di questi tempi, in cui sono orgoglioso di essere italiano. Questo è senz’altro uno di quelli.

  • qui la descrizione del progetto sul sito ufficiale di Torino World Design Capital. Un ottimo testo breve.
  • nella foto: carrello trasformabile per il mercatino delle pulci del Balon, progettato da Sami Rintala e realizzato da Azetagroup. Da carrello con ruote si trasforma in banco espositivo con mensole e copertura. Qui un’intervista a Sami Rintala riguardo a questo progetto.
  • le immagini dei progetti in mostra, con breve descrizione, sono su Flikr, cioè qui
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Una strana migrazione

55.000 posti degli 80.000 contenuti del nuovo stadio olimpico di Londra verranno trasportati a Chicago. Dopo la lunga traversata atlantica, andranno ad ingrandire il Washington Park, lo stadio della capitale dell’Illinois che – secondo tutte le previsioni – ospiterà i Giochi nel 2016. Sul sito del Guardian tutti i dettagli di questa strana migrazione , ovvero qui

Il progetto di uno stadio smontabile rientra in una nuova strategia nell’organizzazione dei Giochi, volta a portare le Olimpiadi – quale evento politico-culturale di portata globale – in ogni angolo del pianeta, anche in quei paesi in cui la costruzione delle infrastrutture necessarie sarebbe, in condizioni normali, economicamente impensabile. Nuova strategia che, se applicata, potrà comportare importanti ricadute in ambito politico (promozione dei diritti civili e cooperazione tra gli Stati) ed economico (turismo). Ma c’è dell’altro. Forma avanguardistica di riciclaggio edilizio, il progetto “Stadium for sale” spalanca la strada ad una nuova idea di urbanismo, non più pensato solamente in termini di costruzione/distruzione degli spazi ma anche – laddove possibile e conveniente – in termini di riutilizzo/spostamento. Una idea più vicina, forse, al nuovo paradigma ecologista?

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Disciplina non ferrea, cementizia

La preside della Scuola elementare Valeri di Padova ha deciso di far costruire un muro per separare l’ingresso degli studenti della scuola elementare da quello degli studenti del corso di italiano e applicazioni professionali rivolto ai ragazzi stranieri. La decisione è stata presa dopo che la settimana scorsa un ragazzo diciottenne cingalese ha fotografato col telefonino un bimbo di seconda.

Non voglio indugiare sulle ragioni che possono aver indotto la signora preside ad architettare una soluzione tanto brillante. Voglio soffermarmi invece sul suo effetto: una diversificazione e un addomesticamento dei corpi, operati attraverso una concreta ripartizione dello spazio. Diversificazione che, agendo manifestamente sull’asse bambino/adulto, manipola in maniera sotterranea – ma neanche troppo velata – l’asse italiano/straniero e, congelandola, la dirige e la sorveglia. Questo può, a quanto pare, tranquillizzare genitori, direttori e maestri, rasserenati alla sola idea di una bianca linea di demarcazione, tracciata col cemento in difesa dei loro bambini. Ma i bambini, se lo sarà pur posto qualcuno il problema, da tutto ciò che idea ne ricavano? Mi viene in mente il ragazzino de Il grande cocomero, quello ossessionato dalle linee immaginarie. Be’, io al posto di quel muro ci vedrei bene una persona, magari un insegnante, magari sveglio e con gli occhi ben aperti, magari pure con un po’ di passione per il suo mestiere. Un insegnante che, se non altro, spieghi agli alunni che il cellulare a scuola non si usa. Cominciando dai fondamentali.


Il grande cocomero
(1993), regia di Francesca Archibugi

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Radiografia urbana

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Pare che il tema del progetto Reactive Sparks, ideato dal collettivo Art + Com, sia l’energia, metafora della vitalità umana. Sette dispositivi (Osram Seven Screens, i pannelli rossi della foto) posizionati nei pressi del Mittlerer Ring di Monaco registrano il traffico veicolare della zona e ne misurano in tempo reale l’intensità. Secondo le leggi dell’esposizione fotografica, un’auto che viaggia a velocità sostenuta produce sullo schermo un segno debole e di breve durata; un’auto che procede lentamente produce un segno più intenso e duraturo. Tra questi due poli trovano spazio tutte le possibili condotte. I segni compaiono e scompaiono, guizzano veloci, rallentano, delineano nel tempo una geografia luminosa dei passaggi quotidiani. Battiti muti della strada. Nelle ore di punta i segni si intensificano, quasi a formare un’unica macchia bianca.

Sarà pure perché in questo periodo mi capita, per lavoro, di contare le automobili in transito per mattinate intere, ma questa video-installazione mi provoca una nausea profonda. Io non vedo altro che smog, solitudine, incapacità, paralisi, alienazione. Altro che vitalità: radiografia di una città, e di una civiltà, che viaggiano spedite verso l’autodistruzione.

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