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Archive for the 'LA LOZIONE DEL TEMPO' Category

GELATINA

gelatina

Con le spalle al muro, invischiati tra gelatina e pasticcio, scelgo di parlare di gelatina. Non perchè il pasticcio non mi piaccia, anzi quello sul tavolo in questi giorni è dei più gustosi, ma perchè la gelatina chiama direttamente in causa il mio appetito. Per guastarmelo, si intende, irrimediabilmente temo. Colla di pesce? Macchè, gelatina per polli. leggi avanti Read more

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REALTÀ

passamano

Dopo aver sentito definire Bettino Craxi “agnello sacrificale” dalla seconda carica dello Stato e aver assistito sulla seconda rete nazionale al televoto per eleggere il “più grande italiano di tutti i tempi” tra San Francesco, Padre Pio e Giovanni XXIII, il Paese forse farebbe bene a fermarsi. Tutto intero, per un paio di mesi, o per un paio di anni. Immobile, in silenzio, assorto, a riflettere sul concetto - complesso, per carità, ma pur sempre utile - di realtà. Sul suo statuto, sul suo destino, sul suo ruolo nella vita di una comunità. Questo, pare scontato, non accadrà mai. Tuttavia la domanda rimane, in tutta la sua inattuale fragranza: quale il senso della realtà nell’epoca dei reality show? leggi avanti Read more

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EX

Ex

Persona, luogo, stato, ecc. “che non ricopre più un ruolo, una funzione, che non si trova più in una determinata situazione” (De Mauro). Mannaggia, che peccato, un po’ dispiace sempre. Una volta, ah una volta come era tutto diverso. Gli ex, in un’epoca come la nostra, si sprecano. Si moltiplicano, si riciclano e si affastellano. I miei ex, gli ex presidenti, gli ex comunisti, le ex acciaierie, l’ex istituto don Bosco. Hanno una funzione, poi non ce l’hanno più e allora ci si guarda intorno per vedere che fare. Che fare? Mah, forse non è poi tutto da buttare, forse c’è ancora qualcosa da fare. Però occorre rispetto. La vita va avanti, nonostante tutte le umane resistenze va avanti. E non ci sono cazzi. Certo, però, che occorre rispetto: rispetto della memoria, ecc. Tutti gli ex, del resto, stanno a ricordarci come eravamo e come mai più non saremo. L’inesorabile forza del tempo e non ci sono cazzi. Come eravamo? leggi avanti Read more

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DIREZIONE

direzione

Tempo fa scrivemmo (visto il contesto si usi pure il pl. e il pass. rem.), senza farci troppo caso, “Non trovando ragioni per operare in una qualche seppur minima direzione“. La domanda a questo punto è: la direzione può essere minima? Essendo ‘minimo’ il superl. di ‘piccolo’, forse no, dal momento che, in quanto predicato appartenente alla categoria Quantità, non può concordare con un sostantivo che indica “il punto verso cui è rivolto o si muove qcn. o qcs” (De Mauro). Come fa il punto verso cui sono rivolto ad essere minimo? A rileggerla  ora quella frase mi suona un po’ strana e per certi versi risulta certamente scorretta. Però ha qualcosa che funziona. Stando a Wikipedia, in geografia ‘direzione’ è una “semiretta (o una freccia) che parte dall’osservatore e passa per un altro punto”. Rileggendo la situazione in questa prospettiva, tutto diventa più chiaro: gli attori coinvolti nella frase, in quanto osservatori di ciò che li circonda, non trovano in esso ragioni per proiettare semirette direzionate, fossero anche brevissime, verso un qualche punto considerato come obiettivo. Le frecce a loro disposizione, in sostanza, risultano del tutto inadeguate alla situazione, ferme e sbadiglianti nella malconcia faretra verde. leggi avanti Read more

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CV

cavallo

Cercare lavoro è un lavoro. Un lavoro anche piuttosto faticoso. Un lavoro alla lunga decisamente usurante, chi ragiona sulla riforma delle pensioni dovrebbe tenerne conto. Scrivi il curriculum, lo modifichi, lo tagli, lo centri, lo indori e ti incensi, lo miri, lo focalizzi e lo mandi. Dopo aver mirato, spari. Poi sparisci. Tre lauree, tre lingue, tre teste, tre anni all’estero, tre lettere di presentazione, tre medaglie d’oro ai Giochi della gioventù: tra tante balle saran’ tre le cose che son vere. Il curriculum quando lo si manda si chiama ‘cv’. Il suo cv, il mio cv, il cv europeo, più grande che non ci vedo. Cosa vana, chi vaneggia, cara Valentina, casa vacilla, cacca volante. Sia chiaro: via mail no! La cacca va mandata cartecea. Anche cartacea. Carta canta e la mail suona. Poi forse arriva la chiamata, il colloquio, la camicia e la cravatta. E’ andata bene? Se sì allora STOP, se no ricomincia da capo. leggi avanti Read more

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ULTRA’

Leggo su Repubblica di domenica (p. 11): “la denuncia di mancanza di democrazia interna degli ultrà ulivisti”. Poi cerco nel De Mauro. ‘Ultrà’: 1 “Chi appartiene a formazioni politiche estremiste”; 2 “sport -> ultras”. Ovvero “tifoso di una squadra di calcio che l’eccessivo fanatismo può portare ad atti di violenza e vandalismo”. Qualcosa non mi torna.

Io, nè ulivista (ritengo l’Ulivo un’esperienza del secolo scorso) nè tantomeno ultrà, sono sconcertato dalla pochezza di questa formula giornalistica e dalla pochezza del pensiero politico cui questa rimanda. Pensiero che, evidentemente, trova terreno fertile nel partito. Liquidare la questione della democrazia interna al Pd in questo modo, come fosse una questione marginale che interessa soltanto una frangia estremista del partito, gruppetto di facinorosi abbagliati da un astratto ideale, significa aver perso di vista l’obiettivo principale, la ragion d’essere del Pd stesso. Occorrerà dunque ripetere: per un partito che ha scelto come proprio - unico - attributo l’aggettivo ‘democratico’, la questione democrazia non può essere semplice accessorio di bellezza. Deve invece essere fulcro, e forma, di ogni suo movimento. Cacciari, sulla stessa pagina di Repubblica: “Esiste un gioco di correnti oligarchico e un altro che ha referenti sociali. Oggi nel Pd c’è solo il primo”. Ferita oggi più che mai sanguinante, quella della (mancanza di) democrazia è la questione. Non lo dico da ultrà, lo dico da democratico. Siamo in tanti a pensarlo. Diciamolo.

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MARCHIO

A Berlusconi capita di dire marchio al posto di simbolo di partito. Il lapsus si è presentato diverse volte. Ha detto marchio anche questa mattina, quando ha invitato ancora una volta Casini a a unirsi al suo partito (rinunci al marchio”). Servendomi dell’eziologia di matrice psicanalitica, considererei tale lapsus come sintomo di un desiderio nascosto, non soddisfatto. Servendomi di una spiegazione di orientamento microsociologico, considererei invece tale lapsus come effetto di una dissonanza cognitiva, dovuta ad una sovrapposizione di ruoli, che porta l’attore in questione a mischiare situazioni diverse, a interpretare le situazioni nuove nell’ottica di quelle vecchie, quelle a cui è più abituato. Servendomi infine di una descrizione specificamente linguistica, considererei tale lapsus l’effetto di uno spostamento del termine marchio dal campo semantico di origine a un campo limitrofo, considerato – dall’enunciatore – simile, se non coincidente.

Tre diversi modelli di analisi per un’unica evidenza: Berlusconi non solo ritiene la politica un’appendice dell’economia, ma dirige il suo partito nell’agone politico come fosse un’azienda strumentale della corporation di cui è capo, necessaria al suo mantenimento. Potremmo chiamarla brand new politics, una politica talmente nuova che in Italia esiste dal ’93 e in altre democrazie è semplicemente vietata per legge. Da noi rischia di vincere ancora, perché?

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CARAVANSERRAGLIO

“Il centrosinistra è un caravanserraglio”. L’ha detto Veltroni. Poi l’ha ripetuto Berlusconi nel suo discorso al Quirinale. Dopo forse ha smentito, chi lo sa. Proseguendo quel crescendo di definizioni che ha portato l’Unione a riconoscersi come “ammucchiata” che “mette insieme il diavolo e l’acqua santa”, l’immagine del caravanserraglio condensa una nuova serie di tratti figurativi intorno allo scenario politico in cui si è mosso, suo malgrado, il povero Prodi. È così che per rappresentare l’esperienza di governo da poco conclusasi si è passati da un immaginario erotico-blasfemo ad uno mediorientale-arcaico: terra arsa, sole ormai basso all’orizzonte, un cespuglio secco che rotola sospinto da una brezza di vento, un accampamento in lontananza dove rifugiarsi, dove commerciare e rifocillarsi. Si piantano le tende e poi, l’indomani, di nuovo in cammino. Ognuno per la propria strada.

Ma Veltroni è un innovatore. Basta carovane, il Pd è un moderno camper che viaggia in solitario. Certo è che se la cornice del viaggio resterà in stile spaghetti-eastern, il camper sarà condannato a rimanere parcheggiato a lungo sotto il loft, oppure a girare in tondo come un topo in gabbia. Nell’attesa che una seria riforma elettorale, ponendo finalmente fine ai viaggi in carovana, celebri l’ultimo atto del Ratto nel serraglio: “In Mohrenland gefangen waren”.

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NO-VAT

Non è facile dire di no. A volte però è più difficile dire di sì che di no. Dipende, si dirà, dalla domanda. È indubbio, tuttavia, che mentre il sì manifesta pur sempre un’apertura, una disponibilità in grado eventualmente di produrre un accordo (“Vuoi tu prendere A come tua legittima sposa? Sì”), il no segnala uno stop, un altolà, un arresto che non può che rendere difficile il prosieguo dell’interazione (“Giuri di dire la verità nient’altro che la verità? No”). È ovvio che se due no si scontrano a muso duro difficilmente si rincontreranno. Ci sono i no incerti del titubante e, di contro, i no secchi del “no, non se ne parla”. No ben differenti: se dietro al primo no c’è il dubbio, dietro al secondo si erge il muro di una certezza incrollabile (“no, di qui non si passa”). La paura che agita la lettera di vibrazioni interiori, si nasconde, seppur in modi diversi, dietro ad entrambi i no. Paura del diverso, paura del sì perché no.

Tirato con sommo ingegno dallo slogan No-Tav, No-Vat ripropone lo stesso no del motto No-Global. Un no di petto. Un no che taglia corto, che dice no e basta, che è ora di finirla. Un no che dice che è ora di smetterla di dire di no su tutto. Risultato: una guerra di no, una guerra tra no, da ambo le parti no da guerra santa . “Dum vitant stulti vitia, in contraria currunt”. O no?

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