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Archive for the 'TORPEDO' Category

Andiamo a Broadway

angolinelcielo

Nel mezzo dei dischi di Lucio Dalla si colloca la “canzone balenga”. Non che il resto dei brani di Dalla sia mai del tutto a posto, anzi tutto, dalle melodie, alle parole, agli arrangiamenti, al “flow”, è sempre leggermente spostato, precario, instabile: è la “poetica dello spostamento”, l’irriproducibile marchio di fabbrica del nostro. Ma è nel cuore di ogni album, nei dintorni della traccia numero 5, che la follia si concentra e produce uno scarto. Lo riconosci subito, dai primi versi, forse dalle prime note. E disorientato, sorridi: è lei. leggi avanti Read more

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L’ultima zampata

Together throug life

L’ultima zampata, la trentatreesima. Trentatre come gli anni di Cristo, trentatre come il numero di casacca di Kareem Abdul-Jabbar. L’amor sacro e l’amor profano, l’alto (7′2”) e l’altissimo, il Figlio dell’uomo e il figlio del cielo, l’Emmanuele e l’inventore dello sky hook. L’ultimo gancio del bardo di Duluth squarcia il cielo per conficcarsi dritto dentro il cuore. L’amore secondo Bob Dylan: Togheter trough life. Eh sì, è proprio lui, il vecchio Walt. leggi avanti Read more

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But Eden is burning

Changin

Radiodue, distrattamente accesa mentre mangiavo la mia succosa insalata, ieri sera mi ha dilaniato con un sol colpo: Changing of the guards. Per chi scrive una delle più grandi canzoni di Dylan, ergo una delle canzoni più grandi della storia della musica pop in assoluto. Perchè di questo stiamo parlando, di assoluto. Se vi state chiedendo - e so che ve lo state chiedendo - se il pesce che gira sul piatto è ancora vivo, la risposta è: certo, è un classico e rinasce ogni giorno. leggi avanti Read more

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Di certo scaleno

Kline

Uno che aveva già marchiato a fuoco la storia della musica del Novecento se ne poteva stare comodamente seduto in poltrona a contemplare la sua opera. E invece no. Invece si guarda intorno e scaglia nel futuro una perla di scintillante bellezza: Money Jungle. Ormai lontano dai fasti dello swing che lo avevano visto come indiscusso protagonista, a 63 anni Duke Ellington scelse di parlare la nuova lingua. E dimostrò a tutti di saperla parlare con una padronanza sopraffina, quella era la sua lingua madre. leggi avanti Read more

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L’uragano è arrivato

Jones - Mapplethorpe

In realtà mancano 12 giorni 14 minuti 58 secondi, 57, 56, 55… Sul sito lanciato ieri per promuovere l’uscita dell’album, c’è un orologio digitale che, con tanto di ticchettio, fa il conto alla rovescia. Mancano 12 giorni dunque, ma a sentire il primo singolo possiamo dire, senza esitazioni, che l’uragano è già qui. Hurricane, il nuovo album di Grace Jones. leggi avanti Read more

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Beck isn’t back ma quasi

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“Think I’m stranded but I don’t know where”, è l’incipit di Modern Guilt. La colpa moderna, insabbiato ma non so dove. Beck, nella foto, guarda da tre parti contemporaneamente: forse alla ricerca dell’uscita. Modern Guilt è un disco breve, dieci canzoni in poco più di mezzora. Si tratta di un disco fuori fuoco, dicono in molti. Splendidamente fuori fuoco, aggiungo io. Qua e là anche sporco e scordato. Dopo il melting-pop fluorescente di Guero e The Information, Beck rimischia le carte: ora il pendolo punta verso il buio. Ma se il mood è senza dubbio questo, i riferimenti musicali sono - al solito - i più diversi: si va dal blues randagio di Soul of a man alla ballata malinconica tra beats e violini di Walls, dalla psichedelia lisergica di marca floydiana di Chemtrails all’elettronica sghemba di Replica, dal post-punk distorto di Profanity Prayers al garage-rock fuori fase di Gamma Ray. Contribuisce a dare compattezza all’impasto la notevole produzione di Danger Mouse, lo chef dei beats che col suo Grey Album è risucito - attenzione! - a mettere insieme il White Album dei Beatles e il Black Album di Jay-Z. Su tutto, poi, spicca l’aplomb - per il sottoscritto semplicemente irresistibile - di Beck: canterebbe disinvolto anche sotto il mare, davanti a un’orchestra di strumenti montati al contrario diretta da un lepilemure di Hubbard.

Anche se non siamo alle vette di capolavori assoluti quali Mellow Gold  e Odelay, Beck dimostra ancora una volta di essere, oltre che un superbo cantautore, uno degli interpreti più acuti della comfusion contemporanea. Insomma, Beck isn’t back ma quasi. Chissà che ne pensa Jack Frost.

  • qui il sito ufficiale con i pezzi del nuovo album, il bel video di Orphans, le recensioni, ecc ecc
  • in alcuni pezzi la seconda voce è affidata alla Gatta: tutto torna.
  • Blow Up, uscendo come ogni anno in estate con un unico numero luglio-agosto, non ha ancora recensito l’album e quindi, per una volta, lo batto sul tempo. Scommetto, dopo le ultime stroncature subite dal nostro, su un buon voto.
  • Pare che Modern Guilt sia l’ultimo disco previsto dal contratto con la casa discografica. Su XL Beck dichiara: “Il prossimo album sarà completamente mio e potrò fare quello che voglio, not bad for a looser, don’t you agree?”. Yes, I agree, eccome. Ma, allora, quale migliore occasione per un album crudo e polveroso, solo voce e chitarra scordata, come ai vecchi tempi, come piace a me?
  • Buone vacanze! Io Modern Guilt me lo porto dietro: per le nostre scorribande sudiste può tornarci utile.
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Noi invece abbiamo la Romina

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“Eh già, al cuor non si comanda”, parte II. Io ero a Padova, Lei a Ferrara. A Piazza Castello, sotto le stelle. Un’ora di treno, 12 euro (!) di biglietto. Occasioni che non si possono mancare se non con valido certificato medico, occasioni in cui 1 + 1 fa sempre almeno 3. E infatti c’era anche Guido Lamoto, la signora Orsa, padrona di casa, e Anna naturalmente. E lì, da qualche parte, c’era anche Bobby. Sì, Lui.

Ramblin’ man (Hank Williams), I lost someone (James Brown), Blue (Joni Mitchell), I believe in you (Dylan), New York (Sinatra), Don’t explain (Billie Holiday). Come nell’ultimo album Jukebox, spazio alle grandi canzoni che hanno segnato la storia del ‘900 americano. Canzoni di altri. Perle di luce stravolte in minimali torch songs dalle violente tinte soul. O dalle soffici tinte country-blues. Le bordate seventies dell’organo di Gregg Foreman, le incandescenti pennellate di chitarra di mister-BluesExplosion Judah Bauer, il pulsare grasso del basso di Erik Paparazzi, i giochi di prestigio di Jim White, il  Bud Spencer della batteria. E poi? E poi la voce. Che voce! Chan Marschall ha raggiunto ormai la maturità vocale della grande interprete. Grana, profondità, intensità: non perde un colpo. E poi è svalvolata come pochi. Mai un attimo di respiro tra una canzone e l’altra, avida e dolce gatta zompetta da una parte all’altra del palco, accenna goffi passi di danza, ulula, manda baci, lancia fiori. Questa è Cat Power e non ce n’è per nessuno. Noi invece abbiamo la Romina: la felicità!

  • Per avere una vaga idea di quello che ho visto, clicca qui. In questo video indossa la maglietta della Francia ma le perdoniamo tutto, vero?
  • qui il suo myspace
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I dreamed I saw Bob Dylan

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Eh già, al cuor non si comanda. Io ero a Bolzano, Lui a Trento. 30 minuti di macchina, 30 euro di biglietto. Occasioni che non si possono mancare se non con valido certificato medico, occasioni in cui 1 + 1 fa sempre almeno 3. E infatti c’era anche Peco, dylaniato quanto e più di me. E c’era pure Mister Jones, ma questa è un’altra storia, la storia di un uomo sottile.

Il signor Zimmerman sentito a Trento, fresco fresco di Pulitzer, è quello del XXI secolo, sesta o settima reincarnazione. Picchia duro insieme alla sua affilata band, snocciola versi lunghi e cadenzati come fosse un predicatore invasato, duro come il diamante, tagliente come una lama, oscuro come il presente. Rock’n'roll, country, soul e jazz: in un concerto di Dylan c’è compressa tutta la storia della musica americana. Cane rabbioso e poeta sublime, Charley Patton e Arthur Rimbaud, elettricità e contrabbasso, Rollin’ And Tumblin’ e Lay, Lady, Lay, rabbia e amore. Ebbene sì. Anche oggi, nel 2008, incontrare Abramo, Georgia Sam e Mack the Finger è una gran bella esperienza. Dove? Sulla Highway 61, naturalmente. Immortale.

  • le recensioni del concerto sul sito ufficiale italiano Maggie’s farm
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Alzati e cammina

Architecture in Helsinki

Sono di Melbourne ma hanno - o perlomeno pensano di avere - lo studio a Helsinki. Cosa progettano? Strampalate architetture video-musicali come “Heart It Races”, coloratissima hit contenuta nel loro ultimo album (Place Like This, 2007).

And we’re slow to acknowledge the knots on the laces/ Heart it races”. Cominciare il testo di una canzone con “and” mi sembra già un’ottima cosa. Ma anche concluderlo con “Boom dadadadadadada boom dadadada” è molto apprezzabile. Se si considera poi che tutto quello che vi sta in mezzo fila liscio come l’olio, involandosi con estrema leggerezza sopra contraddizioni quali orecchiabile e folle, danzereccio e mistico, naive e dissacrante, non si può che sentenziare: gemma di puro pop sperimentale. Danza tribale dada-pop, “Heart It Races” poggia su di uno scheletro di percussioni varie (legni, pelli, lamiere, synth-barattoli) e modulazioni “pom” del basso-vocale, che si intreccia con la melodia solare di un improbabile steelpan (antica percussione melodica di origine caraibica, quella, per intenderci, dei motivetti di Monkey Island) e il falsetto ebete della compagnia cantante. Ad un certo punto – quello del prodigioso “alzati e cammina” (vedere il video per credere..) – un coro angelico si infiltra nella trama sonora e, raccogliendo i diversi colori in luce bianca, la trascina verso il cielo. Solo un lampo estatico-demenziale, poi la danza riprende. In un angolo Brian Wilson e David Byrne sorseggiano un tè.

architectureinhelsinki.com

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