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Archive for Luglio, 2008

Beck isn’t back ma quasi

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“Think I’m stranded but I don’t know where”, è l’incipit di Modern Guilt. La colpa moderna, insabbiato ma non so dove. Beck, nella foto, guarda da tre parti contemporaneamente: forse alla ricerca dell’uscita. Modern Guilt è un disco breve, dieci canzoni in poco più di mezzora. Si tratta di un disco fuori fuoco, dicono in molti. Splendidamente fuori fuoco, aggiungo io. Qua e là anche sporco e scordato. Dopo il melting-pop fluorescente di Guero e The Information, Beck rimischia le carte: ora il pendolo punta verso il buio. Ma se il mood è senza dubbio questo, i riferimenti musicali sono - al solito - i più diversi: si va dal blues randagio di Soul of a man alla ballata malinconica tra beats e violini di Walls, dalla psichedelia lisergica di marca floydiana di Chemtrails all’elettronica sghemba di Replica, dal post-punk distorto di Profanity Prayers al garage-rock fuori fase di Gamma Ray. Contribuisce a dare compattezza all’impasto la notevole produzione di Danger Mouse, lo chef dei beats che col suo Grey Album è risucito - attenzione! - a mettere insieme il White Album dei Beatles e il Black Album di Jay-Z. Su tutto, poi, spicca l’aplomb - per il sottoscritto semplicemente irresistibile - di Beck: canterebbe disinvolto anche sotto il mare, davanti a un’orchestra di strumenti montati al contrario diretta da un lepilemure di Hubbard.

Anche se non siamo alle vette di capolavori assoluti quali Mellow Gold  e Odelay, Beck dimostra ancora una volta di essere, oltre che un superbo cantautore, uno degli interpreti più acuti della comfusion contemporanea. Insomma, Beck isn’t back ma quasi. Chissà che ne pensa Jack Frost.

  • qui il sito ufficiale con i pezzi del nuovo album, il bel video di Orphans, le recensioni, ecc ecc
  • in alcuni pezzi la seconda voce è affidata alla Gatta: tutto torna.
  • Blow Up, uscendo come ogni anno in estate con un unico numero luglio-agosto, non ha ancora recensito l’album e quindi, per una volta, lo batto sul tempo. Scommetto, dopo le ultime stroncature subite dal nostro, su un buon voto.
  • Pare che Modern Guilt sia l’ultimo disco previsto dal contratto con la casa discografica. Su XL Beck dichiara: “Il prossimo album sarà completamente mio e potrò fare quello che voglio, not bad for a looser, don’t you agree?”. Yes, I agree, eccome. Ma, allora, quale migliore occasione per un album crudo e polveroso, solo voce e chitarra scordata, come ai vecchi tempi, come piace a me?
  • Buone vacanze! Io Modern Guilt me lo porto dietro: per le nostre scorribande sudiste può tornarci utile.
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Una websorpresa e una ricorrenza

Ieri un inaspettato flusso di persone ha movimentato il mio blog. Di domenica, il giorno che normalmente registra l’afflusso più basso di tutta la settimana, possibile? Websorpresa! Maggie’s Farm, il sito italiano di Bob Dylan, ha linkato - come si può vedere qui - la mia recensione al concerto di Trento. Risultato: 51 visite complessive, 46 delle quali provenienti da lì. E’ chiaro, un conto è puntare verso un grosso nodo (a linkare il blog di Beppe Grillo o il sito di Repubblica son capaci tutti), un altro è essere puntati: la dura legge del web.

Sabato erano tre mesi, “tre mesi pari all’eternità”. E’ strano come in queste occasioni si vada alla ricerca di parole diverse, come se quelle normali, consuete, non bastassero. O, peggio, non servissero a nulla. Carlo ha trovato queste, bellissime. Io ho trovato queste altre:

Pur di una cosa ci affidi,
padre, e questa è: che un poco del tuo dono
sia passato per sempre nelle sillabe
che rechiamo con noi, api ronzanti.
Lontani andremo e serberemo un’eco
della tua voce, come si ricorda
del sole l’erba grigia
nelle corti scurite, tra le case.

Eugenio Montale

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Celodurismo post-moderno?

Battersea Power Station

A me sto razzo qui sopra mi pare ben un po’ esagerato. Non tanto in sè, ma in quanto stabile da affiancare all’edificio accanto: la Battersea Power Station di Londra. Non è tanto questione di oggetto, ma di relazione: di relazione tra oggetto architettonico e tessuto urbano esistente. Del resto non credo occorra essere cresciuti come me a pane e Pink Floyd per riuscire ad apprezzare la bellezza di quelle quattro torri e per avere un minimo a cuore il loro destino. E forse affiancare loro una ciminiera di 300 metri non è il modo più appropriato per valorizzarle. Certo un intervento su quell’area va fatto, essendo stata dismessa nell’84 e da allora abbandonata al degrado. Ma doppiare in altezza quelle torri con un pisellone iper-tecnologico mi sembra più un’arrogante operazione di celodurismo post-moderno che una calibrata operazione di archeologia industriale. Anche nel caso quella ciminiera riuscisse, come dicono, ad abbattere del 67% la domanda energetica del complesso, qui la questione rimane un’altra: il rapporto tra memoria e processo storico. Insomma, un più basso profilo - nel vero senso della parola - avrebbe a mio avviso giovato all’opearazione.

Anche perchè ne è uscito fuori un patatrac. Il progetto di Rafael Viñoly è diventato il bersaglio di un’opposizione diffusa, tanto da parte dei colleghi architetti quanto da parte dei cittadini. Il 75% degli intervistati chiedono per l’area un ripristino dell’impianto carbon-free insieme a case, parchi pubblici, passeggiate lungo il Tamigi, negozi. Sembrerà scontato, ma la soluzione si trova nel mezzo: tra innovazione e conservazione. Ma quel mezzo non può essere trovato se non attraverso lo sviluppo di un percorso partecipato che, mettendo sullo stesso piano architetti, amministratori e cittadini, spinga i Pink Foyd a rispolverare finalmente il loro vecchio amico porco. L’unico che può raccontare la sublime poesia della Battersea Power Station.

  • un resoconto di questa lunga controversia può essere letto qui.
  • qui un’intervista a Rafael Viñoly in merito a questo progetto, in cui dimostra di non cogliere affatto la profondità della sfida lanciata dall’urbanistica partecipata, conoscendo e apprezzando soltanto le soluzioni calate dall’alto: “You can’t rely on the public’s perception of what deserves to be hated to make a decision like this. People will try to transform it into politics. People may tell you that you are creating a hoax or lying about the physics, but luckily that’s a matter for the scientists. When you look at this from a technological point of view, it does work”.
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Arundhati Roy, The Briefing [Manifesta7 - I]

annanelforte

Cosa custodivano qui, care compagne e compagni? Cosa difendevano?
Armi. Oro. La civiltà stessa. Questo è ciò che dice la guida.
E ora, in un periodo di pace e benessere per l’Europa, viene utilizzata per presentare il fine trascendente - o, se volete, la sublime assenza di ogni fine - dell’aspirazione più alta delle civiltà: l’Arte. Di questi tempi, mi dicono, l’Arte vale Oro.
Spero che abbiate comprato il catalogo. Dovete farlo. Almeno per salvare le apparenze.

Fine prima parte [A parlare è Arundhati Roy, una dei protagonisti di Scenarios. Scenarios è un progetto che rientra in Manifesta7, biennale europea di arte contemporanea che quest’anno si tiene, con mio grande orgoglio, in Trentino-Alto Adige. Dieci scrittori sono stati invitati a rispondere all’enigma della fortezza. Le diverse risposte prodotte (racconti, saggi, poesie) ora si intrecciano e si rincorrono nelle sale del Forte di Fortezza. Quella riportata qui sopra e qui sotto è una delle risposte, ne ho ripreso due brevi passaggi. Ripreso paripari: io il catalogo l’ho comprato. Per salvare le apparenze.] Inizio seconda parte

Anche qui, sulle vette del mondo, i residui non sono più una cosa del passato. Sono il futuro. Almeno alcuni di noi hanno imparato a vivere come topi nelle rovine create dall’altrui ingordigia. Abbiamo imparato a fabbricare armi dal nulla. Sappiamo come usarle. Queste sono le nostre abilità combattive.
Cari compagne e compagni, il leone di pietra in mezzo alle montagne ha iniziato a indebolirsi. La Fortezza che non è mai stata attaccata s’è presa d’assedio da sola. E’ arrivato per noi il momento di muoverci. E’ tempo di sostituire il rumore fastidioso e impreciso del fuoco delle mitragliatrici con la fredda precisione assassina di una pallottola. Scegliete i vostri bersagli con cura.
Quando le ossa di pietra di questo leone di pietra saranno interrate nella terra inquinata, quando la Fortezza-che-non-è-mai-stata-attaccata sarà ridotta in macerie e la polvere delle macerie avrà formato dei cumuli, chissà che non nevichi di nuovo.

  • Arundhati Roy è strenua sostenitrice della nonviolenza. Tanto che nel 2004 ha ricevuto il Sydney Peace Prize per il suo impegno in difesa dei diritti civili e il continuo sostegno alla nonviolenza.
  • Anna in tutto ciò naturalmente non c’entra nulla, se non per il fatto che è fortezzina per circa 1/3, che sabato ha visitato con me Scenarios, che mi ha trascinato su e giù per 600 gradini tra Forte Basso Forte Medio e Forte Alto e che è stata vittima ignara dell’obiettivo della mia fotocamera.
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Il segno è opposto

1) L’8 luglio a Roma c’è stata la manifestazione contro le ultime leggi vergogna del governo Berlusconi a cui ho accennato qualche post fa. Ebbene, alla fine Grillo e Guzzanti - scambiando il palco di piazza Navona per una cassa di risonanza per il proprio incontenibile ego - hanno finito per mettere in ombra le ragioni vere della manifestazione. Portando ancora una volta in piazza quell’impasto di politica e satira che tanto piace alla folla ma che nulla serve alle ragioni della sinistra. Spettacolo avvilente. 2) L’11, il 12 e il 13 luglio si è tenuta a Roma l’Assemblea nazionale de iMille, rete di persone nata all’interno del Pd per promuovere un’idea di sinistra moderna, democratica e laica e per lavorare affinchè il nuovo soggetto non si fossilizzi attorno ad un sistema di autoconservazione dell’establishment. L’idea su cui si è fondata l’assemblea è molto semplice: “cinque minuti per venticinque oratori, tutti accomunati dall’essere nuova classe dirigente, dall’essere innovatori nelle proprie professioni, da essere un po’ di quell’aria fresca di cui il Partito Democratico e il paese hanno bisogno”. I temi di discussione: “Superare il passato, liberare il futuro”, “Cervelli in fuga”, “Territorio”, “Sud”, “Diversità”, “Il blog”. Insomma, spazio alle idee, alla partecipazione, alle proposte provenienti dalla società civile, alla discussione. Ad un certo punto in sala è comparso babbo Walter, il target simbolico del parricidio a cui invitava il titolo dell’incontro. Ha ascoltato tutti gli interventi. Poi ha detto: “Se volete maggiore innovazione, io ci sto. Ma non prendete i vizi che vengono dal passato, non siate separati dalla società come è successo anche a una parte della nostra classe dirigente”. Ha detto nostra: trattasi di autocrtica.

Due eventi che, a distanza di pochi giorni, si sono posti in maniera uguale e contraria di fronte all’esistente, confrontandosi a viso aperto con l’Italia, l’opinione pubblica, la gente. Le medesime ragioni di dissenso per due eventi di segno opposto. Nel metodo e dunque anche nel merito. Inutile dire io da che parte sto.

  • Con questo spero di aver risposto, almeno in parte, alle questioni poste da Masaccio.
  • qui il sito de iMille con il documento riassuntivo e links ai video delle tre giornate di assemblea
  • qui il simpatico racconto di uno dei protagonisti
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Design dal basso

carrello trasformabile

Design come forma di azione locale partecipata? Sì, design auto-organizzato. Un’idea che sulle prime può sembrare strampalata, si è trasformata in un evento di portata internazionale dall’altissimo valore politico, oltre che culturale. Quaranta piccole comunità locali hanno elaborato idee e progetti sulla base delle proprie esigenze e dei propri stili di vita; creativi di fama internazionale (Jasper Morrison, Ville Hara, Sami Rintala, ma anche Bruce Sterling e Enzo Mari) hanno dato una mano nella progettazione in veste di community designers; alcune imprese dell’area piemontese (Artemide, Danese, La Foca, Warli, ecc) hanno realizzato i prototipi; una giuria composta da architetti del calibro di Rem Koolhaas, Italo Lupi, Hans Obrist, e presieduta da Stefano Boeri, l’ideatore del concorso, hanno selezionato partecipanti e progetti. Tutto questo è Geodesign, iniziativa inserita nel grande contenitore internazionale Torino - World Design Capital 2008.

I prototipi sono confluiti poi in una mostra al PalaFuksas, inaugurata il 23 maggio scorso. Si va da oggetti di uso comune (stendipanni, tende, panchine riscaldate, contenitori isotermici per cibi che si trasformano in sedute, berimbau in fibra di carbonio per la scuola di Capoeira del quartiere) a progetti di comunicazione (il numero zero della rivista Albania 1 e 1000, l’allestimento di una ipotetica sede universale delle associazioni LGBT - lesbiche, gay, bisessuali, transgender - nel quartiere Dora, un format radiofonico per la comunità africana in onda la domenica alle 13 su Radio Flash) fino a progetti più ampi di trasformazione urbana (la costruzione di 43 colline verdi per far convivere i bocchettoni di areazione di un parcheggio con la zona di gioco dei bambini, la copertura dell’intera area di un altro parcheggio con un pergolato totalmente autocostruito). Ma il gioco non si esaurisce qui. Geodesign,  innescando processi produttivi e imprenditoriali locali e autogestiti e dimostrandone al mondo l’efficacia, si pone come il momento iniziale di un percorso più ampio, paradigma di azione che, se seguito in futuro, può rimettere nelle mani della cittadinanza la progettazione dei luoghi e degli strumenti del proprio vivere e al centro della progettazione le relazioni umane. Non sono molti i casi, di questi tempi, in cui sono orgoglioso di essere italiano. Questo è senz’altro uno di quelli.

  • qui la descrizione del progetto sul sito ufficiale di Torino World Design Capital. Un ottimo testo breve.
  • nella foto: carrello trasformabile per il mercatino delle pulci del Balon, progettato da Sami Rintala e realizzato da Azetagroup. Da carrello con ruote si trasforma in banco espositivo con mensole e copertura. Qui un’intervista a Sami Rintala riguardo a questo progetto.
  • le immagini dei progetti in mostra, con breve descrizione, sono su Flikr, cioè qui
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Noi invece abbiamo la Romina

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“Eh già, al cuor non si comanda”, parte II. Io ero a Padova, Lei a Ferrara. A Piazza Castello, sotto le stelle. Un’ora di treno, 12 euro (!) di biglietto. Occasioni che non si possono mancare se non con valido certificato medico, occasioni in cui 1 + 1 fa sempre almeno 3. E infatti c’era anche Guido Lamoto, la signora Orsa, padrona di casa, e Anna naturalmente. E lì, da qualche parte, c’era anche Bobby. Sì, Lui.

Ramblin’ man (Hank Williams), I lost someone (James Brown), Blue (Joni Mitchell), I believe in you (Dylan), New York (Sinatra), Don’t explain (Billie Holiday). Come nell’ultimo album Jukebox, spazio alle grandi canzoni che hanno segnato la storia del ‘900 americano. Canzoni di altri. Perle di luce stravolte in minimali torch songs dalle violente tinte soul. O dalle soffici tinte country-blues. Le bordate seventies dell’organo di Gregg Foreman, le incandescenti pennellate di chitarra di mister-BluesExplosion Judah Bauer, il pulsare grasso del basso di Erik Paparazzi, i giochi di prestigio di Jim White, il  Bud Spencer della batteria. E poi? E poi la voce. Che voce! Chan Marschall ha raggiunto ormai la maturità vocale della grande interprete. Grana, profondità, intensità: non perde un colpo. E poi è svalvolata come pochi. Mai un attimo di respiro tra una canzone e l’altra, avida e dolce gatta zompetta da una parte all’altra del palco, accenna goffi passi di danza, ulula, manda baci, lancia fiori. Questa è Cat Power e non ce n’è per nessuno. Noi invece abbiamo la Romina: la felicità!

  • Per avere una vaga idea di quello che ho visto, clicca qui. In questo video indossa la maglietta della Francia ma le perdoniamo tutto, vero?
  • qui il suo myspace
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Ancora lui

Giano

Sequestro di persona, estorsione, rapina, furto, associazione per delinquere, stupro, bancarotta fraudolenta, sfruttamento della prostituzione, usura, frode fiscale, violenza privata, falsificazione di documenti pubblici, corruzione, corruzione in atto giudiziario, abuso di ufficio, peculato, rivelazione del segreto d’ufficio, intercettazioni illecite, ricettazione, vendita di prodotti con marchi contraffatti, detenzione di materiale pedopornografico, detenzione di armi, calunnia, omicidio colposo, truffa comunitaria, maltrattamenti in famiglia, incendio, traffico di rifiuti, adulterazione di sostanze alimentari, somministrazione di medicinali pericolosi, circonvenzione di incapaci. Questi alcuni dei reati per i quali i processi vengono sospesi sulla base dell’emendamento inserito nel pacchetto sicurezza. Un pacchetto che come Giano guarda da parti opposte, prevedendo da una parte il pattugliamento delle città da parte dell’esercito armato fino ai denti, dall’altra sospendendo i processi per reati gravi quali rapina, stupro, associazione per delinquere, corruzione. Tutto questo, è evidente, per mettere al riparo Berlusconi dal processo Mills. Qualcosa, anche in questo caso, non mi torna. Questi qui hanno vinto le elezioni cavalcando cinicamente il tema sicurezza e quello dei rifiuti in Campania e ora - con la medesima faccia di bronzo - puntano allo sfascio della giustizia, sopendendo i processi per furto e traffico di rifiuti. Mi sento preso per i fondelli.

In occasione della votazione in Senato dell’emendamento “sospendi processi”, i senatori del Pd e dell’Italia dei valori sono usciti dall’aula. Veltroni vuole organizzare una grande manifestazione per questo autunno. Colombo, Pardi e Flores d’Arcais l’hanno programmata per martedì prossimo. Non ho ben capito cosa li divida. Una cosa è comunque certa: ogni occasione è buona per sbugiardare pubblicamente quello spregiudicato essere bifronte di nome Berlusconi, pronto a calpestare la nostra intelligenza - oltre che l’ordinamento repubblicano - pur di salvarsi la faccia. Anzi, le facce. Pare impossibile: ancora lui.

  • il video-appello di Simpatia Flores d’Arcais in merito alla manifestazione dell’8 luglio indirizzato a Veltroni . Sarà bene rispondergli.
  • immagine: Busto di Giano, Musei Vaticani
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