Ma quale catechismo
Ho ascoltato con interesse l’intervista radiofonica di giovedì scorso a Gustavo Zagrebelsky (Faccia a faccia, Radiotre). Prendendo spunto da un discutissimo articolo di Ernesto Galli della Loggia sul Corriere (Così la democrazia diventa catechismo), il costituzionalista finisce per dargli ragione su un punto fondamentale: nell’inserimento di “Cittadinanza e Costituzione” tra le materie scolastiche si nasconde il rischio di un “indottrinamento democratico”. leggi avanti
Con una differenza decisiva. Il rischio che Galli della Loggia intravvede consiste in una deriva progressista della scuola pubblica che, da “luogo di apprendimento che era un tempo”, si traforma in “una sorta di insignificante agenzia alla socializzazione” che sforna “cittadini modello, nel senso di perfetti democratici”. Il pericolo che correre la scuola è dunque quello del “passaggio dall’ Istruzione, tipica della vecchia scuola liberal-classista-nozionista, all’ Educazione irraggiante roussoiana libertà e armonia”. Una scuola che rischia di dimenticare “il valore moralmente educativo del sapere in quanto tale” e che, spinta dal “prescrittivismo buonista” dell’oligarchia accademico-ministeriale, tralascia di insegnare Virgilio e l’algebra. Col rischio di produrre elettori di sinistra.
Partendo dal medesimo assunto, Zagrebelsky vede il pericolo opposto: “Io ho una certa esperienza di incontri con gli studenti e quando si parla di queste cose si ha sempre la sensazione di avere di fronte un pubblico che ha un pregiuduzio: costui sta venendo a farmi la predica, a imbonirmi. Dietro c’è questa grossa questione: si può insegnare la democrazia? Si possono insegnare certamente i meccanismi, e di questo c’è un gran bisogno perchè l’ignoranza è diffusa. Non si può insegnare l’adesione ai valori della democrazia, però si possono metterli in luce. Poi naturalmente ai valori si aderisce e si aderisce secondo proprie scelte vitali che precedono qualunque argomentazione. Se fosse un insegnamento ideologico, da imbonitori, farebbe un effetto contrario”. Come a dire: ad insegnare i valori delle democrazia la scuola corre il rischio di sfornare persone anti-democratiche. Qualunquisti e disillusi, potenziali astensionisti.
La prima considerazione è: la Costituzione non è un testo qualunque, frutto del genio di un poeta o dell’arbitrio di un estremista giacobino. E’ il testo fondativo dello Stato italiano, elaborato da un’assemblea eletta dall’89% degli aventi diritto e composta da cattolici, comunisti, socialisti, azionisti, liberali, repubblicani e monarchici: progressisti e conservatori. Non è obligatorio aderire allo Stato e ai suoi valori, ci mancherebbe, però chi lavora, compra, paga le tasse, vota, usa l’autobus, riceve cure in ospedale, lo fa sulla base di una carta che delinea i confini dello spazio pubblico e le regole del suo esercizio. Sono le regole del gioco che l’Italia si è data ed è bene conoscerle, per accettarle o eventualmente rifiutarle.
La seconda: si sta parlando di qualche ora la settimana di una materia, “Cittadinanza e Costituzione”, da affiancare alle altre, letteratura, storia, matematica, religione (!), ecc. Non si tratta di sostituire Virgilio con Terracini, nè tantomeno Petrarca con Maria Montessori. Ma di impiegare un paio d’ore per discutere con gli studenti sui principi e le regole che reggono la nostra società. Per il resto possiamo stare tranquilli, tutto come prima, moltiplicazioni e poeti laureati.
La terza: il documento di cui parla Galli della Loggia è firmato dal Ministro Mariastella Gelmini. Anche se, egli sostiene, il vero autore del documento è Luciano Corradini, “uno dei massimi esponenti di quell’ oligarchia accademico-ministeriale d’ispirazione infallibilmente progressista”. Be’, se un ministro di un governo conservatore firma inconsapevolmente un documento di un oligarca infallibilmente progressista, siamo proprio messi bene.
Quarta: i ragazzi non sono delle scatole da riemprire, nè delle torte da sfornare. Hanno un apparato cognitivo che filtra, interpreta, rielabora le informazioni e sanno distinguere un prete da un educatore, una scuola da una fabbrica. La teoria ipodermica è un relitto dell’Ottocento: l’ago, per quanto sottile, non potrà mai infilarsi direttamente nella pelle dell’individuo e iniettare comportamenti, scelte e valori. Troverà sempre degli ostacoli, delle resistenze. Troverà delle persone.
Quinta ed ultima: ogni sapere contiene, in maniera più o meno latente, un intreccio valoriale, e ogni comunicazione - naturalmente, anche la comunicazione educativa - ha un aspetto di contenuto e uno di relazione. Questo significa che non si può, se non sulla carta, scindere conoscenza e assiologia, e che ogni percorso educativo implica sempre una qualche forma di socializzazione (gerarchica o simmetrica). Ma allora lo spettro dell’indottrinamento si aggira ovunque? Tutti i maestri catechisti, tutti gli insegnanti imbonitori? Be’, se così fosse, neppure Omero, Dante e D’Annunzio andrebbero insegnati, perchè si correrebbe il rischio di pilotare gli studenti verso gli ideali del politeismo, del guelfismo bianco o dell’estetismo. Una fesseria, naturalmente. La realtà è che tra indottrinamento ed istruzione si colloca un’intera gamma di tonalità, ed è in questa gamma che si gioca, concretamente, la partita quotidiana dell’educatore. Questa è la complessità del mestiere più complesso, che va valorizzata e coltivata, non ridotta e umiliata.
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